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Premi di risultato e Spark

Un articolo a cura di Studio Marini in collaborazione con Spark.


Nel 2026 le aziende italiane hanno a disposizione la finestra fiscale più favorevole degli ultimi dieci anni per legare retribuzione e performance. La Legge di Bilancio 2026 ha portato l’imposta sostitutiva sui premi di risultato all’1%, alzando contemporaneamente il tetto agevolabile a 5.000 euro annui per dipendente. 

Sembra semplice. Non lo è.

Perché la detassazione non è un automatismo: è il risultato di un sistema incentivante progettato bene, formalizzato in un accordo sindacale di secondo livello e gestito con strumenti che permettano di misurare davvero gli obiettivi. Senza questi tre pilastri, il vantaggio fiscale resta sulla carta.

In questo articolo vediamo come costruire un sistema incentivante completo: dalla differenza tra MBO e PDR, ai requisiti di legge per accedere all’aliquota dell’1%, fino alla scelta tra erogazione in denaro e conversione in welfare.

MBO e PDR: due strumenti diversi che lavorano insieme

La prima confusione da chiarire riguarda i termini. MBO e PDR vengono spesso usati come sinonimi, ma non lo sono.

Il MBO (Management by Objectives) è uno strumento gestionale: è il processo con cui l’azienda definisce, assegna, monitora e valuta gli obiettivi individuali o di team. Riguarda il come si misurano le performance. Il MBO può essere applicato a qualunque popolazione aziendale — dirigenti, quadri, impiegati, operai — e non richiede di per sé alcun accordo sindacale.

Il PDR (Premio di Risultato) è invece uno strumento contrattuale: è il premio variabile previsto da un accordo collettivo di secondo livello, aziendale o territoriale, legato al raggiungimento di obiettivi misurabili di produttività, redditività, qualità, efficienza o innovazione. Il PDR è ciò che apre la porta alla detassazione.

I due strumenti si parlano: il MBO può essere la struttura tecnica con cui si misurano gli indicatori previsti dal PDR. Ma il PDR ha vincoli formali precisi che il MBO da solo non soddisfa.

La novità 2026: aliquota all’1% e tetto a 5.000 euro

La Legge 30 dicembre 2025, n. 199 (Legge di Bilancio 2026), all’articolo 1 commi 8-9, ha introdotto due modifiche sostanziali al regime previsto dalla Legge 208/2015:

      • Aliquota dell’imposta sostitutiva ridotta all’1% per i premi erogati nel 2026 e nel 2027 (in luogo del 5% applicato fino al 2025 e del 10% del regime ordinario).

      • Limite massimo agevolabile elevato da 3.000 a 5.000 euro lordi annui per lavoratore.

    Restano confermati gli altri requisiti soggettivi: l’agevolazione si applica solo ai lavoratori del settore privato che, nell’anno precedente all’erogazione, hanno percepito un reddito da lavoro dipendente non superiore a 80.000 euro.

    L’effetto in busta paga è significativo. Su un premio di 1.000 euro lordi, con aliquota all’1% e contribuzione lavoratore al 9,19%, il netto erogato è di circa 899 euro. Lo stesso importo erogato come retribuzione ordinaria, con tassazione marginale al 33% e addizionali, lascia in tasca al dipendente molto meno della metà.

    I cinque requisiti per accedere alla detassazione

    Per applicare l’aliquota dell’1% non basta erogare un bonus. La detassazione è subordinata a cinque condizioni che vanno rispettate tutte, senza eccezioni:

        1. Accordo collettivo di secondo livello. Aziendale o territoriale, sottoscritto con le rappresentanze sindacali (RSA, RSU o associazioni comparativamente più rappresentative).

        1. Deposito telematico dell’accordo presso l’Ispettorato Nazionale del Lavoro entro 30 giorni dalla sottoscrizione.

        1. Obiettivi misurabili e verificabili, riconducibili ad almeno uno dei parametri previsti dal Decreto Interministeriale 25 marzo 2016: produttività, redditività, qualità, efficienza, innovazione.

        1. Incrementalità. Almeno uno degli indicatori deve registrare un miglioramento rispetto al periodo precedente. È il requisito più frequentemente sottovalutato e più frequentemente contestato in caso di verifica.

        1. Aleatorietà. L’erogazione del premio deve essere effettivamente incerta nel suo verificarsi e nel suo ammontare al momento della stipula dell’accordo.

      Il punto critico, nella pratica, è quasi sempre il terzo: definire indicatori che siano allo stesso tempo misurabili oggettivamente, coerenti con il business e percepiti come influenzabili dai lavoratori. Un sistema di obiettivi mal calibrato non è solo inefficace: rischia di far decadere l’agevolazione fiscale ex post, con tutto ciò che ne consegue.


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      Come si progettano obiettivi che funzionano

      Il decreto del 2016 lascia alle parti ampia libertà nella scelta degli indicatori, purché siano misurabili e incrementali. Nella pratica, gli accordi più solidi combinano tre livelli:

          • Obiettivi aziendali (es. EBITDA, fatturato, margine di contribuzione, riduzione degli scarti, indice di soddisfazione cliente). Sono il cancello d’ingresso: se l’azienda non raggiunge il target di base, il premio non matura. 

          • Obiettivi di reparto o di team (es. tempo medio di evasione ordini per la logistica, MTTR per l’IT, conversion rate per il sales). Distribuiscono la responsabilità e rendono il premio percepito come influenzabile.

          • Obiettivi individuali (MBO) legati a competenze, comportamenti e KPI specifici per ruolo. Modulano l’erogazione finale in funzione del contributo personale.

        Il bilanciamento tra questi tre livelli è il vero lavoro di progettazione. Troppo peso sull’aziendale e il premio diventa una lotteria. Troppo peso sull’individuale e si perde l’allineamento strategico. La proporzione corretta dipende dal settore, dalla cultura aziendale e dal tipo di popolazione coinvolta.
        Consulta questa guida per esempi di obiettivi concreti.

        Denaro o welfare: la scelta cambia (un po’) con l’1%

        Una delle leve più potenti del sistema premiale italiano è la possibilità per il lavoratore di convertire in welfare aziendale tutto o parte del premio. Il valore convertito è completamente esente da imposizione fiscale e contributiva, sia lato dipendente sia lato azienda.

        Fino al 2025, con aliquota al 5%, la conversione in welfare era quasi sempre la scelta più conveniente. Con l’aliquota all’1%, il differenziale si riduce sensibilmente — ma non scompare.

        Riprendiamo l’esempio dei 1.000 euro lordi:

            • In denaro: il lavoratore riceve circa 899 euro netti (1% di imposta sostitutiva + 9,19% di contributi a carico).

            • In welfare: il lavoratore riceve l’intero importo di 1.000 euro in beni e servizi (rimborsi sanitari, scolastici, trasporti, previdenza complementare, fringe benefit).

          La differenza a favore del welfare è di circa 100 euro, contro i 150-200 euro del regime precedente. Per il datore di lavoro, però, il vantaggio della conversione resta intatto: i premi convertiti non scontano contributi previdenziali a carico azienda (circa il 30% in meno di costo del lavoro sull’importo convertito).

          Ne deriva una conseguenza pratica: il bonus di conversione, ovvero la quota aggiuntiva di welfare riconosciuta al dipendente che sceglie la conversione, oggi mediamente del 10-15%, dovrà essere probabilmente rivisto al rialzo per mantenere attrattiva la scelta non monetaria. È un punto da considerare già nella stesura dell’accordo

          Ricevi gli Esempi MBO in Excel

          Dalla progettazione alla gestione con Spark

          Qui arriva il punto che fa la differenza tra un PDR scritto bene e un PDR che funziona davvero. La maggior parte dei sistemi incentivanti italiani fallisce non in fase di progettazione, ma in fase di esecuzione. I motivi sono sempre gli stessi:

              • I KPI vengono raccolti a fine anno con fogli Excel disallineati e dati che nessuno si fida a usare.

              • I manager non hanno visibilità sull’andamento degli obiettivi e i dipendenti scoprono il loro premio solo a consuntivo.

              • La conversione in welfare diventa un incubo amministrativo, gestito a mano tra payroll, fornitori e dipendenti.

              • Il legame tra obiettivo individuale (MBO), risultato di team e premio aziendale resta confuso, e nessuno sa davvero cosa abbia mosso il bonus finale.

            Il risultato è che il vantaggio fiscale c’è, ma l’effetto motivazionale — che è il vero scopo del sistema — si perde per strada.

            È qui che cambia il paradigma. Un PDR moderno non si gestisce più con l’Excel del controller: serve una piattaforma HCM che integri il ciclo della performance dall’obiettivo alla busta paga.

            Spark è la suite HCM che fa esattamente questo. Permette di disegnare i workflow MBO, OKR e di valutazione delle competenze esattamente come sono stati definiti nell’accordo sindacale. I KPI sono visibili in tempo reale a manager e collaboratori, le approvazioni sono tracciate, le lettere di incentivo si generano in un click, e l’integrazione con i gestionali payroll e i provider di welfare aziendale automatizza la fase di erogazione e di conversione.

            In questo modello la divisione del lavoro è chiara:

                • Studio Marini progetta il sistema: dall’analisi della struttura retributiva, alla scelta degli indicatori coerenti con il business, alla negoziazione e al deposito dell’accordo sindacale, fino alla conformità normativa nel tempo.

                • Spark gestisce il sistema: misura, monitora, calcola, eroga, converte. Trasforma l’accordo da documento statico a processo operativo.

              L’uno senza l’altro non basta. Un sistema progettato bene ma gestito male perde efficacia in pochi mesi. Una piattaforma potente senza un impianto contrattuale solido non può accedere alla detassazione.

              Cosa fare adesso

              La finestra dell’1% copre il biennio 2026-2027. Per le aziende che non hanno ancora un PDR attivo, c’è tempo per progettare, negoziare, depositare e iniziare a misurare entro il primo ciclo utile. Per quelle che hanno già un accordo, vale la pena rivederlo: il nuovo tetto a 5.000 euro permette di ridisegnare la quota variabile su scala più ampia, e il bonus di conversione probabilmente va riequilibrato.

              Tre cose da mettere in agenda:

                  1. Verificare lo stato attuale: c’è un accordo? È depositato? Gli obiettivi sono ancora coerenti col business?

                  1. Modellare l’impatto: quanto pesa oggi la quota variabile, quanto potrebbe pesare con il nuovo tetto, qual è il punto di equilibrio tra denaro e welfare.

                  1. Scegliere gli strumenti di gestione: il foglio Excel ha smesso di funzionare cinque anni fa. Una piattaforma HCM nativamente pensata per la performance è il prerequisito operativo, non un’aggiunta.

                Il sistema incentivante non è un benefit accessorio: nel 2026 è una delle leve di total reward più potenti a disposizione delle aziende italiane. La differenza la fa chi lo progetta come un sistema, non come un bonus.


                Studio Marini supporta le aziende nella progettazione di sistemi incentivanti. Spark è la piattaforma HCM italiana per la gestione della performance, degli obiettivi e del talento. Insieme accompagniamo le imprese dall’accordo sindacale alla busta paga, in un unico processo integrato.